Quando una bambina di sei anni inizia a pronunciare frasi come “non sono brava” o “non ci riesco”, non sta semplicemente attraversando una fase passeggera. Sta manifestando un disagio profondo che merita attenzione immediata, perché proprio in questa età si costruiscono le fondamenta dell’autostima che la accompagneranno per tutta la vita. Il costante confronto negativo con i pari e il rifiuto di sperimentare nuove attività sono campanelli d’allarme che ci parlano di una bambina che ha già sviluppato una narrazione interiore disfunzionale su se stessa.
Comprendere le radici del problema senza colpevolizzarsi
Prima di tutto, è fondamentale che una mamma in questa situazione non si carichi di sensi di colpa. L’autostima infantile si costruisce attraverso molteplici fattori: temperamento innato, esperienze scolastiche, dinamiche familiari, ma anche messaggi impliciti che i bambini captano dall’ambiente circostante. Carol Dweck ha dimostrato che già in età prescolare i bambini possono sviluppare un mindset fisso, ovvero la convinzione che le proprie capacità siano immutabili e predeterminate, contrapposto al mindset di crescita in cui le abilità sono sviluppabili con sforzo e apprendimento.
La bambina potrebbe aver interiorizzato questo schema mentale dopo aver vissuto esperienze in cui ha percepito il fallimento come conferma di una propria inadeguatezza, piuttosto che come normale parte del processo di apprendimento. È possibile che abbia assistito a confronti tra bambini da parte di adulti, anche apparentemente innocui, o che abbia sviluppato un’ipersensibilità al giudizio altrui.
Il potere nascosto delle parole quotidiane
Spesso sottovalutiamo l’impatto delle nostre parole quotidiane. Espressioni comuni come “brava!” dette solo dopo un risultato positivo, possono involontariamente insegnare ai bambini che il loro valore dipende dalla performance. La ricerca in psicologia dello sviluppo indica che elogiare l’intelligenza fissa il mindset fisso, mentre lodare lo sforzo, la strategia, la perseveranza o la creatività promuove il mindset di crescita: invece di “sei bravissima”, preferire “ho notato quanto impegno hai messo in questo disegno, hai provato colori che non avevi mai usato prima”.
Questa distinzione può sembrare sottile, ma è rivoluzionaria. Quando elogiamo lo sforzo, la strategia, la perseveranza o la creatività, insegniamo che il valore risiede nel fare, non nell’essere già perfetti. Una bambina che si sminuisce ha bisogno di capire che il suo valore non è negoziabile e non dipende dai risultati.
Creare uno spazio sicuro per l’errore
Una strategia concreta ed efficace consiste nel normalizzare attivamente l’errore in famiglia. Questo significa che i genitori dovrebbero condividere apertamente i propri sbagli quotidiani, mostrandoli come opportunità anziché come fallimenti. “Oggi ho sbagliato strada e ho scoperto un parco bellissimo che non conoscevo” oppure “ho bruciato la cena, proviamo insieme una soluzione creativa” sono esempi di come trasformare l’imperfezione in avventura.
Un’attività particolarmente efficace è il “diario degli errori fantastici”, dove tutta la famiglia annota settimanalmente gli sbagli più interessanti fatti e cosa hanno insegnato. La teoria dell’apprendimento sociale di Albert Bandura ha dimostrato che i bambini imparano osservando i modelli di riferimento: se vedono gli adulti accogliere gli errori con curiosità invece che con vergogna, interiorizzano lo stesso approccio attraverso modellamento osservativo.
Il confronto sociale: quando gli altri diventano uno specchio deformante
Il costante paragone con i compagni è uno degli aspetti più dolorosi di questa situazione. A sei anni, i bambini iniziano a sviluppare la capacità di confronto sociale, ma non hanno ancora gli strumenti cognitivi per contestualizzare queste differenze. Vedono che Marco corre più veloce o che Sofia disegna meglio, ma non comprendono che ognuno ha tempi e talenti diversi.

Un approccio utile consiste nell’introdurre il concetto di “superpotere personale”: ogni persona ha abilità uniche che la rendono speciale. Invece di negare le differenze (“anche tu sei brava come Sofia”), è più efficace riconoscerle e valorizzare l’unicità: “È vero che Sofia disegna in un modo, tu invece hai un’immaginazione incredibile nelle storie che inventi”.
Tecniche pratiche per ricostruire la fiducia
Esistono strategie concrete che possono fare la differenza nel quotidiano. La regola del “ancora non ci riesco” prevede di aggiungere la parola “ancora” per trasformare un’affermazione definitiva in una temporanea, aprendo alla possibilità del cambiamento. “Non so allacciarmi le scarpe” diventa “Non so ancora allacciarmi le scarpe”.
Le sfide graduali rappresentano un altro strumento potente: proporre attività nuove scomponendole in micro-obiettivi raggiungibili. Se la bambina vuole evitare di provare ad andare in bicicletta, si può iniziare semplicemente sedendosi sulla sella, poi provare a spingere con i piedi, e così via. Questo approccio riduce l’ansia e permette di celebrare ogni piccolo progresso.
Creare insieme un “menu delle emozioni” aiuta la bambina a identificare e nominare quello che prova, sviluppando intelligenza emotiva e consapevolezza che le emozioni negative sono temporanee e gestibili. Le storie di crescita, attraverso biografie di persone che hanno superato difficoltà o libri dove i protagonisti sbagliano e imparano, seguono il principio della biblioterapia supportato da studi pedagogici che ne evidenziano i benefici per lo sviluppo emotivo.
Quando chiedere aiuto professionale
Se nonostante gli interventi la bambina continua a mostrarsi estremamente ansiosa, evita sistematicamente situazioni sociali, manifesta sintomi fisici come mal di pancia o insonnia, o se la situazione persiste oltre alcuni mesi, è consigliabile consultare un professionista. Uno psicologo dell’età evolutiva può valutare se ci siano dinamiche più profonde da affrontare o fornire strumenti specifici per quella particolare bambina e quel particolare contesto familiare.
L’intervento precoce è prezioso: studi longitudinali indicano che interventi sull’autostima in età prescolare e scolare hanno effetti protettivi a lungo termine sul benessere psicologico, riducendo rischi di ansia e depressione.
Il ruolo dell’ambiente scolastico
Non va sottovalutata l’importanza di un dialogo aperto con le insegnanti. Spesso i bambini si comportano diversamente a casa e a scuola, e le maestre potrebbero fornire informazioni preziose su dinamiche di gruppo o situazioni specifiche che alimentano l’insicurezza. Insieme si può creare un piano condiviso, dove anche l’ambiente scolastico valorizza il processo più che il risultato e incoraggia la partecipazione indipendentemente dall’esito.
Costruire l’autostima è un percorso, non una destinazione. Quella mamma che si sente impotente sta già facendo il primo passo fondamentale: prestare attenzione, preoccuparsi e cercare soluzioni. Questo atteggiamento attento e amorevole è già di per sé terapeutico. Ogni piccolo cambiamento nella comunicazione quotidiana, ogni errore normalizzato, ogni sforzo riconosciuto è un mattoncino che contribuisce a costruire in quella bambina la certezza profonda che il suo valore non è in discussione e che crescere significa anche sbagliare, imparare e riprovarci.
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