Negli ultimi anni, numerosi studi di psicologia dello sviluppo hanno descritto un fenomeno ricorrente: giovani adulti con buone competenze formali che mostrano però difficoltà marcate nel gestire frustrazione, incertezza e fallimenti lavorativi o relazionali. Non si tratta di fragilità innata, ma di esiti associati anche a stili genitoriali caratterizzati da ipercoinvolgimento, in cui gli adulti tendono a prevenire o rimuovere gli ostacoli più che ad aiutare i figli a confrontarsi con essi.
Il problema non risiede nell’affetto o nell’attenzione genitoriale in sé, ma nelle modalità con cui vengono espressi: l’ipergenitorialità limita l’autonomia di un bambino, creando associazioni con minore autonomia percepita, maggiore ansia e minore autoefficacia nei giovani adulti.
Quando un genitore telefona al datore di lavoro per lamentarsi del mancato colloquio del figlio trentenne, o quando sistema finanziariamente ogni problema prima ancora che il giovane adulto possa confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte, sta di fatto comunicando un messaggio implicito fortemente svalutante: “Non credo che tu sia capace di farcela da solo”. Studi sui messaggi genitoriali impliciti mostrano che interventi eccessivamente sostitutivi sono associati a minore senso di competenza e a più sintomi internalizzanti nei figli.
Riconoscere i segnali di un’autonomia emotiva compromessa
Come capire se il proprio approccio sta ostacolando, anziché favorire, la maturazione emotiva? La letteratura sulla regolazione emotiva e sull’autonomia in adolescenza e prima età adulta individua alcuni pattern ricorrenti che possono essere segnali di difficoltà, soprattutto se persistenti e pervasivi.
Il figlio evita sistematicamente situazioni che potrebbero comportare fallimenti o giudizi, segnale di evitamento esperienziale e paura del fallimento associati a scarsa tolleranza alla frustrazione. Di fronte a una difficoltà, la prima reazione è chiedere aiuto ai genitori anziché tentare soluzioni autonome, segno di scarsa autoefficacia percepita. Manifesta reazioni emotive sproporzionate rispetto all’entità oggettiva del problema, indice di difficoltà di regolazione emotiva.
Altri comportamenti rivelatori includono l’attribuzione costante delle proprie difficoltà a fattori esterni, senza riconoscere la propria parte di responsabilità, con un locus of control tendenzialmente esterno associato a minore adattamento. Inoltre, rimandare decisioni importanti in attesa di condizioni “perfette” che raramente si verificano rappresenta un pattern che rientra spesso nella procrastinazione legata a perfezionismo e paura dell’errore. Questi indicatori non sono di per sé patologici, ma se frequenti e stabili nel tempo possono suggerire un’autonomia emotiva e decisionale ancora fragile.
La frustrazione come competenza da sviluppare
La capacità di tollerare la frustrazione non è considerata un tratto puramente innato, ma un’abilità che si sviluppa attraverso le esperienze e l’apprendimento di strategie di regolazione emotiva. Il concetto di tolleranza alla frustrazione come abilità appresa è centrale in molti approcci psicoterapeutici, dalla terapia razionale-emotiva comportamentale alla terapia cognitivo-comportamentale.
Le neuroscienze dello sviluppo mostrano che le reti neurali coinvolte nella regolazione delle emozioni e nello stress, in particolare nelle interazioni tra corteccia prefrontale e strutture limbiche come l’amigdala, maturano in rapporto all’esposizione graduata a situazioni complesse. Stili emotivi più resilienti sono associati a specifici pattern di connettività e attività nelle aree prefrontali e limbiche, influenzati dall’esperienza.
Privare un giovane adulto in modo sistematico della possibilità di attraversare la delusione, di sperimentare il fallimento e di cercare proprie strategie di recupero significa ridurre le occasioni di allenamento di questi circuiti e competenze. È l’equivalente, in termini psicologici, del pretendere che qualcuno impari a nuotare restando sempre sul bordo vasca: la teoria dell’apprendimento esperienziale sottolinea che la competenza si costruisce ciclicamente attraverso esperienza, riflessione, concettualizzazione e sperimentazione attiva.
Strategie concrete per genitori di giovani adulti
Trasformare l’ascolto in strumento di crescita
Quando vostro figlio condivide una difficoltà, è utile resistere all’impulso di offrire immediatamente soluzioni e adottare un ascolto attivo che favorisca il problem solving autonomo. Diverse linee di intervento psicoterapeutico utilizzano domande aperte come “Che possibilità vedi?” o “Cosa hai già provato?” per aumentare senso di autoefficacia e capacità decisionali.
Questo tipo di comunicazione, centrata sul far emergere le risorse del giovane adulto più che sul suggerire direttive, è associato a una migliore autonomia percepita e a una minore dipendenza emotiva dal genitore.
Condividere i propri fallimenti con autenticità
Raccontare episodi reali della propria vita in cui si è sperimentato un fallimento o una forte delusione, mettendo a fuoco il percorso di elaborazione, può contribuire a normalizzare il fallimento come esperienza umana e non come prova di inadeguatezza personale. La ricerca indica che una condivisione autentica e modulata delle proprie difficoltà può rafforzare la relazione e offrire modelli di coping realistici.

Evitare narrazioni edulcorate in cui “alla fine va sempre tutto bene” è coerente con i dati sulla growth mindset: presentare il successo come risultato di tentativi, errori e aggiustamenti favorisce una visione dell’abilità come qualcosa di sviluppabile, non fissa.
Stabilire confini chiari nel supporto pratico
Definire insieme quali forme di aiuto sono di sostegno e quali rischiano di essere sostitutive o infantilizzanti è coerente con i principi dell’autonomy support: offrire guida e struttura, ma lasciando spazio decisionale reale al figlio adulto. Discutere, ad esempio, un curriculum è diverso dal compilarlo e inviarlo al posto suo; fornire un sostegno economico temporaneo e concordato è diverso dal coprire sistematicamente ogni spesa senza richiedere alcuna pianificazione.
La letteratura sui giovani adulti che rientrano o rimangono a lungo in casa dei genitori evidenzia che il supporto familiare può essere protettivo, ma che un’eccessiva sostituzione nelle responsabilità quotidiane si associa a minore assunzione di responsabilità e a livelli più bassi di benessere psicologico nel medio termine. Questi confini, se negoziati e chiari, non indicano mancanza di amore, ma riconoscimento e rispetto della condizione adulta del figlio.
Il ruolo delle aspettative familiari
Molte difficoltà nella gestione della frustrazione derivano anche da aspettative irrealistiche interiorizzate durante l’infanzia e l’adolescenza rispetto a studio, lavoro e merito. Per anni, in diversi contesti occidentali, messaggi semplificati del tipo “basta una laurea per trovare facilmente lavoro” hanno convissuto con mercati del lavoro sempre più flessibili e precari; lo scarto tra aspettative e realtà può generare vissuti di fallimento e vergogna personale.
Aggiornare il dialogo familiare al contesto socioeconomico attuale è cruciale: studi sul lavoro giovanile mostrano carriere più non lineari, periodi di precarietà e transizioni più lunghe rispetto alle generazioni precedenti. Riconoscere questa complessità, senza scoraggiamento ma con realismo, aiuta i giovani adulti a collocare le proprie difficoltà in un quadro sistemico, riducendo la tendenza a leggerle esclusivamente come prova di incapacità personale.
Quando la protezione diventa ostacolo
Esiste una linea sottile tra supporto e ostacolo involontario. Comportamenti come continuare a svegliare regolarmente un figlio trentenne per andare al lavoro, gestire per lui scadenze burocratiche o intervenire in prima persona nei suoi conflitti interpersonali sono esempi di ipercoinvolgimento pratico che rischiano di ostacolare lo sviluppo di autonomia e senso di responsabilità.
La letteratura mostra che la genitorialità elicottero mina l’indipendenza, risultando associata a livelli più elevati di ansia, sintomi depressivi e bassa autostima nei giovani adulti che faticano a “lanciarsi” in una vita autonoma. Il messaggio implicito “hai bisogno che io gestisca la tua vita” tende a essere interiorizzato più delle dichiarazioni verbali di fiducia.
Costruire resilienza attraverso piccole sconfitte
La resilienza non si costruisce principalmente attraverso discorsi motivazionali, ma attraverso l’accumulo di esperienze in cui la persona fronteggia una difficoltà, attiva risorse e constata di poterla attraversare. Ricerche longitudinali sulla resilienza sottolineano il ruolo delle esperienze di padronanza: piccole ma reali prove superate in cui il soggetto sperimenta di avere un impatto sugli eventi.
Ogni piccolo fallimento gestito in prima persona, un appuntamento perso per disorganizzazione, una bolletta pagata in ritardo e poi sistemata, un progetto personale abbandonato e successivamente ristrutturato, può diventare un tassello di quella sicurezza interna che dice: “Posso sbagliare e comunque trovare un modo per rimediare”. Questo è coerente con l’idea che l’autoefficacia si costruisca proprio attraverso la gestione di situazioni difficili, non attraverso la loro completa evitazione.
Il compito genitoriale in questa fase consiste nel creare uno spazio sicuro dove il fallimento possa essere raccontato e mentalizzato senza giudizio, ma dove le conseguenze naturali non vengano sistematicamente annullate. Interventi rivolti a genitori di adolescenti e giovani adulti evidenziano che combinare sostegno emotivo con confini chiari e conseguenze prevedibili promuove sia l’autonomia che la regolazione emotiva.
È un equilibrio delicato che richiede anche ai genitori di tollerare la propria ansia nel vedere un figlio in difficoltà, riconoscendo che il loro ruolo evolve: meno “risolvere al posto di”, più “stare accanto mentre il figlio prova a risolvere”.
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