I figli cresciuti si sono allontanati emotivamente: una mamma scopre cosa stava sbagliando da anni e cambia tutto in 3 settimane

Quando i figli crescono e diventano giovani adulti, molti genitori si trovano di fronte a un paradosso doloroso: pur avendo dedicato anni a costruire un legame profondo, improvvisamente si accorgono che la comunicazione si è trasformata in uno scambio di informazioni logistiche. “Hai mangiato?”, “A che ora torni?”, “Tutto bene?” diventano le uniche forme di contatto, mentre le emozioni, i dubbi e le aspirazioni più autentiche rimangono celate dietro un muro invisibile ma solidissimo.

Perché i giovani adulti si chiudono emotivamente

Prima di cercare soluzioni, è fondamentale comprendere che questo allontanamento non rappresenta necessariamente un rifiuto personale. Gli psicologi dello sviluppo identificano questo fenomeno come parte del processo di individuazione e separazione, quel percorso attraverso cui i giovani definiscono la propria identità separata da quella familiare. Lo psicologo Jeffrey Arnett descrive la fase della giovane età adulta, dai 18 ai 29 anni circa, come un periodo in cui i ragazzi cercano maggiore autonomia psicologica e relazionale rispetto ai genitori, anche attraverso un apparente ritiro emotivo.

Condividere le proprie vulnerabilità con i genitori può essere percepito, a livello implicito, come meno compatibile con il bisogno di sentirsi adulti e autonomi. Non si tratta quindi di mancanza di affetto, ma di una necessità evolutiva di affermare la propria indipendenza.

Inoltre, la generazione attuale dei giovani adulti comunica l’intimità in modi spesso diversi rispetto alle generazioni precedenti. Gli studi sulle comunicazioni digitali mostrano che molti giovani utilizzano messaggi brevi, immagini e interazioni mediate dagli schermi per esprimere vicinanza e appartenenza, più che lunghi scambi verbali faccia a faccia. Questa modalità può far apparire più povera la comunicazione emotiva agli occhi dei genitori, pur mantenendo per i ragazzi un significato affettivo autentico.

Gli errori invisibili che allontanano

Spesso, senza rendercene conto, mettiamo in atto dinamiche comunicative che scoraggiano la condivisione profonda. Una delle più comuni è quella che molti clinici descrivono come risposta-soluzione immediata: appena un figlio accenna a una difficoltà, il genitore si precipita a offrire consigli pratici, eliminando così lo spazio emotivo necessario perché il giovane elabori i propri sentimenti. La ricerca sulla relazione d’aiuto e sull’ascolto empatico indica che l’offerta precoce di soluzioni può ridurre la percezione di essere veramente ascoltati e compresi.

Un altro meccanismo sabotante è il confronto implicito. Frasi apparentemente innocue come “Alla tua età io…” oppure “Tuo fratello invece…” creano un contesto giudicante in cui esprimersi diventa rischioso. Gli studi sui climi familiari mostrano che confronti e giudizi costanti sono associati a maggiore conflittualità e minor condivisione spontanea da parte dei figli giovani adulti.

Anche l’eccessiva insistenza produce l’effetto opposto a quello desiderato. Domande ripetute come “Ma cosa ti succede veramente?” o “Perché non mi racconti mai niente?” vengono spesso vissute come invasive e possono generare ulteriore chiusura difensiva. Le ricerche sulla privacy in adolescenza e giovane età adulta mostrano che il monitoraggio percepito come intrusivo è associato a minore apertura con i genitori.

Ricostruire il ponte: strategie autentiche

Iniziare dalla propria vulnerabilità

La ricerca nel campo della psicologia relazionale suggerisce che la condivisione autentica di sé può favorire reciprocità e apertura emotiva nelle relazioni significative. La vulnerabilità condivisa, come evidenziato da numerosi studi, può rafforzare i legami affettivi creando un clima di fiducia reciproca.

Invece di porre domande dirette sui sentimenti dei figli, una madre può condividere le proprie emozioni autentiche, senza drammatizzarle né usarle come strumento manipolativo. “Oggi mi sono sentita inadeguata al lavoro” oppure “Ho avuto paura quando ho pensato a…” sono aperture che normalizzano l’espressione emotiva e creano uno spazio di reciprocità, coerente con ciò che sappiamo sui processi di intimità interpersonale.

Coltivare la presenza senza aspettative

Creare momenti di condivisione che non abbiano come obiettivo esplicito “il dialogo profondo” risulta spesso più efficace. Gli studi sulle relazioni genitori-figli indicano che attività condivise informali come cucinare insieme, fare una passeggiata o guardare qualcosa insieme sono associate a una maggiore qualità percepita della relazione e offrono contesti naturali per conversazioni spontanee. In queste attività parallele, dove l’attenzione non è focalizzata sul contatto visivo diretto, molti giovani adulti si sentono più liberi di aprirsi gradualmente.

Ascoltare per comprendere, non per rispondere

Quando finalmente un figlio condivide qualcosa di personale, la tentazione di intervenire è fortissima. La letteratura sulla sintonizzazione emotiva e sulla regolazione affettiva interpersonale evidenzia che sentirsi ascoltati e rispecchiati è un prerequisito perché il cervello possa modulare meglio lo stress e passare alla ricerca di soluzioni. Daniel Siegel, nell’ambito delle neuroscienze interpersonali, descrive come le relazioni caratterizzate da ascolto attento e non giudicante favoriscano l’integrazione dei circuiti cerebrali coinvolti nella regolazione emotiva.

Risposte come “Capisco che sia difficile”, “Dimmi di più” oppure semplicemente il silenzio attento sono coerenti con le pratiche di ascolto empatico validate in contesti clinici e educativi, e risultano spesso più efficaci di consigli prematuri.

Ridefinire il concetto di intimità

È importante riconoscere che l’intimità con un figlio giovane adulto non può replicare quella esistente quando era bambino o adolescente. La ricerca sulle relazioni genitori-figli in età adulta suggerisce che, nel corso del tempo, queste si trasformano in rapporti più paritari, fondati sul rispetto reciproco tra adulti e sull’accettazione di una maggiore privacy e di aree non condivise.

Alcuni giovani adulti esprimono vicinanza emotiva attraverso piccoli gesti pratici piuttosto che grandi conversazioni: condividere un articolo interessante, ricordarsi di un dettaglio che avevamo menzionato, presentarci i loro amici. Gli studi sui linguaggi comportamentali dell’affetto e sulle manifestazioni non verbali di cura mostrano che le persone possono esprimere attaccamento in modi diversi dalla verbalizzazione diretta delle emozioni. Riconoscere questi linguaggi alternativi dell’affetto evita di interpretare come distacco ciò che è semplicemente una forma diversa di connessione.

Tuo figlio adulto condivide con te le sue emozioni profonde?
Sì spesso e spontaneamente
Solo se insisto molto
Raramente e in modo superficiale
Mai o quasi mai
Non ho figli adulti

Quando rivolgersi a un professionista

Se la distanza emotiva è accompagnata da segnali preoccupanti come isolamento sociale marcato, cambiamenti drastici nel comportamento o sintomi che suggeriscono un possibile disagio psicologico, come umore depresso persistente, forte irritabilità o ritiro da attività abituali, le linee guida raccomandano di considerare un supporto professionale. In questi casi, la mediazione di uno psicoterapeuta individuale o familiare può facilitare la comunicazione e la comprensione reciproca senza che nessuno si senta in difetto.

Il tempo come alleato

Le ricerche longitudinali mostrano che la qualità della relazione tra genitori e figli adulti tende spesso a migliorare con il tempo, man mano che i figli consolidano la propria identità e affrontano le sfide tipiche della vita adulta come lavoro, relazioni e responsabilità. Gli studi sulle relazioni intergenerazionali hanno evidenziato che molti giovani adulti, con il passare degli anni, riportano una maggiore vicinanza emotiva e una riduzione dei conflitti quotidiani con i genitori.

Talvolta, la distanza emotiva attuale rappresenta quindi una fase transitoria legata al bisogno di consolidare la propria autonomia, più che un indicatore di rottura definitiva del legame. Nel frattempo, mantenere la porta aperta senza forzarla, comunicare affetto attraverso canali che loro riconoscono e lavorare sulla propria capacità di accettazione rappresentano i mattoni con cui ricostruire gradualmente quello spazio di condivisione autentica che ogni madre desidera con i propri figli. La relazione profonda non si impone: si coltiva con pazienza, rispetto e fiducia che i semi piantati negli anni possano portare frutto, anche se con tempi e modalità diverse da quelle immaginate.

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