Quando un adolescente si ritrae di fronte alle sfide quotidiane, quando le sue parole tradiscono una percezione di sé costantemente negativa, quando ogni complimento rimbalza come se fosse pronunciato in una lingua incomprensibile, ci troviamo di fronte a qualcosa di più profondo di una semplice fase passeggera. I nonni, con la loro prospettiva privilegiata e meno coinvolta emotivamente rispetto ai genitori, sono spesso i primi a cogliere questi segnali sottili ma significativi nei loro nipoti adolescenti.
La bassa autostima negli adolescenti rappresenta oggi una delle sfide educative più complesse, alimentata da pressioni sociali amplificate dai social media, confronti continui con standard irrealistici e una società che spesso valorizza il risultato piuttosto che il processo di crescita. Studi condotti in Italia su adolescenti tra 14 e 19 anni mostrano come fattori quali iperconnessione ai social media, scarsa qualità delle relazioni familiari e pressione a conformarsi a standard anche estetici irraggiungibili siano associati a un aumento del disagio psicologico. Secondo rilevazioni CNR e Istituto Superiore di Sanità sul ritiro sociale in adolescenza, circa il 2% degli studenti italiani tra i 14 e i 17 anni manifesta forme gravi di isolamento con marcato disagio psicologico.
Comprendere le radici dell’insicurezza adolescenziale
L’adolescenza è per natura un territorio di trasformazione e incertezza, ma quando l’insicurezza diventa pervasiva e paralizzante occorre interrogarsi sulle cause profonde. Spesso questi ragazzi hanno interiorizzato messaggi negativi provenienti da esperienze scolastiche difficili, dinamiche familiari complesse o confronti sociali impietosi, fattori ben documentati nella letteratura sul ritiro sociale e sui disturbi internalizzanti in adolescenza.
La neuroscienza mostra che il cervello adolescente è ancora in piena fase di sviluppo, in particolare nella corteccia prefrontale, coinvolta nella regolazione emotiva, nella pianificazione e nel giudizio critico. Questa condizione implica una maggiore reattività emotiva e una più forte sensibilità al giudizio dei pari rispetto all’età adulta. La combinazione di questi fattori può rendere le percezioni negative di sé più intense e durature.
Il ruolo strategico dei nonni nella costruzione dell’autostima
I nonni possiedono un capitale relazionale unico: la distanza generazionale che potrebbe sembrare uno svantaggio diventa invece una risorsa. Non gravati dalle responsabilità educative quotidiane e dalle tensioni che talvolta caratterizzano il rapporto genitori-figli adolescenti, possono offrire uno spazio emotivo differente, meno giudicante e più accogliente. Questo tipo di figura adulta non genitoriale di riferimento è considerata un importante fattore protettivo in numerosi studi sui fattori di resilienza in adolescenza.
Creare uno spazio di ascolto autentico
La prima azione concreta consiste nel costruire momenti di dialogo privi di agenda nascosta. Non si tratta di interrogatori mascherati da conversazioni, ma di creare occasioni genuine di condivisione. Preparare insieme una ricetta tradizionale, sistemare il giardino, intraprendere un piccolo progetto manuale: attività condivise e non frontali possono facilitare l’apertura emotiva, come suggerito dagli approcci psicoeducativi centrati sulla relazione in adolescenza.
Durante questi momenti, la tecnica dell’ascolto riflessivo si rivela particolarmente utile. Invece di minimizzare le paure del nipote con frasi come “non preoccuparti” o “vedrai che passa”, è più efficace rispecchiare e validare le emozioni: “Sento che questa situazione ti pesa molto” oppure “Dev’essere davvero difficile sentirti così”. La validazione emotiva è un elemento chiave in numerosi modelli terapeutici scientificamente validati, come la terapia dialettico-comportamentale applicata agli adolescenti.
Valorizzare i processi, non solo i risultati
Gli adolescenti con bassa autostima tendono spesso a un pensiero dicotomico: o successo totale o fallimento completo, senza sfumature intermedie, un pattern cognitivo ampiamente descritto nei modelli di psicopatologia dello sviluppo.
La psicologa Carol Dweck della Stanford University ha mostrato che coltivare una mentalità di crescita, cioè l’idea che abilità e intelligenza possano svilupparsi con impegno, strategie efficaci e aiuto degli altri, è associato a maggiore perseveranza di fronte alle difficoltà e a migliori esiti scolastici. Interventi scolastici basati su questo approccio hanno ridotto la tendenza a interpretare gli insuccessi come prova di inadeguatezza personale.

Quando il nipote evita una nuova attività, anziché insistere o arrendersi, si può collegare l’esperienza a una narrazione personale su errori, tentativi e apprendimenti: “Capisco la tua esitazione. Sai, quando avevo la tua età ho rinunciato a imparare a suonare la chitarra per paura di non essere bravo. È uno dei miei rimpianti. Ti andrebbe di provare insieme, anche solo per curiosità?” Questo sposta l’attenzione dal risultato al processo, in linea con le raccomandazioni derivate dagli studi sul growth mindset.
Strategie pratiche e concrete
Il diario delle piccole vittorie
Proporre al nipote di tenere traccia, magari insieme, di tre piccole cose positive accadute ogni settimana: non grandi traguardi, ma momenti come aver espresso un’opinione in classe, aver aiutato qualcuno, aver resistito alla tentazione di arrendersi. Nella psicologia positiva, pratiche strutturate di registrazione degli eventi positivi sono associate a un aumento del benessere soggettivo e a una riduzione dei sintomi depressivi in adolescenti e adulti. Queste pratiche favoriscono una maggiore attenzione agli aspetti positivi dell’esperienza e possono contribuire nel tempo a modificare abitudini di pensiero consolidate.
L’esposizione graduale alle sfide
Collaborare con i genitori per creare un “menu” di piccole sfide progressivamente più impegnative, iniziando ad esempio con attività a basso rischio emotivo e passando poi a situazioni più complesse, è coerente con i principi dell’esposizione graduale, tecnica ampiamente validata nel trattamento di ansia e evitamento in età evolutiva. L’importante è valorizzare il tentativo e il coraggio di esporsi, non solo l’esito finale.
Il contrasto al perfezionismo tossico
Molti adolescenti insicuri presentano tratti di perfezionismo elevato, fattore di rischio documentato per ansia e depressione. I nonni possono contribuire condividendo le proprie imperfezioni, normalizzando l’errore come parte dell’esperienza umana quotidiana. Anche episodi semplici, come una ricetta non riuscita, possono essere usati per modellare un atteggiamento più flessibile verso gli sbagli, in linea con gli interventi educativi mirati a ridurre il perfezionismo maladattivo.
Quando coinvolgere i genitori e i professionisti
I nonni non devono sostituirsi ai genitori né agli specialisti: il loro ruolo è complementare. Quando l’insicurezza del nipote compromette seriamente il funzionamento quotidiano, quando emergono segnali di ansia marcata, depressione, ritiro sociale persistente o isolamento estremo, è necessario un dialogo franco con i genitori e la valutazione di un supporto psicologico professionale.
Documenti dell’Istituto Superiore di Sanità sul fenomeno del ritiro sociale in adolescenza indicano che il ritiro prolungato è frequentemente associato a disturbi dell’umore e d’ansia, come depressione maggiore e fobia sociale, e che la presa in carico precoce riduce il rischio di cronicizzazione e di compromissione scolastica e relazionale. L’Associazione Italiana di Psicologia e la letteratura sulla psicopatologia dello sviluppo convergono nel sottolineare che intervenire presto su difficoltà di autostima, ritiro sociale e sintomi internalizzanti in adolescenza è associato a un minor rischio di sviluppare disturbi più severi in età adulta.
I nonni che si accorgono delle fragilità dei loro nipoti adolescenti hanno tra le mani un’opportunità preziosa: non quella di riparare o risolvere, ma quella di accompagnare, testimoniare che le difficoltà fanno parte del percorso di crescita, e che il valore di una persona non si misura nelle sue performance ma nella sua umanità. Ogni gesto di presenza autentica, ogni momento di ascolto non giudicante e ogni storia di vita condivisa può contribuire, insieme ad altri fattori di protezione, alla costruzione di una sicurezza interiore più solida.
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