Quando acquistiamo bastoncini di pesce surgelati, siamo convinti di portare a casa un prodotto ittico genuino e pratico per tutta la famiglia. Eppure, dietro alla confezione colorata e alle promesse di convenienza, si nasconde una realtà che pochi consumatori conoscono davvero. I bastoncini di pesce che troviamo nel banco surgelati possono rivelarsi ben diversi da quello che immaginiamo, e tutto parte da un particolare apparentemente insignificante: la denominazione di vendita riportata in etichetta.
Quando il nome nasconde la sostanza
La denominazione di vendita rappresenta l’identità legale del prodotto che acquistiamo. Non si tratta di un dettaglio trascurabile, ma di un elemento vincolante che determina cosa effettivamente stiamo comprando. Nel caso dei bastoncini di pesce, le sfumature linguistiche possono fare un’enorme differenza tra un prodotto prevalentemente ittico e uno che di pesce contiene appena il necessario per potersi fregiare di quella denominazione.
Alcuni prodotti vengono commercializzati come “bastoncini di pesce”, altri come “bastoncini impanati a base di pesce”, altri ancora con formule ancora più articolate. Queste differenze terminologiche non sono casuali: riflettono composizioni profondamente diverse che il consumatore medio fatica a decifrare durante una spesa veloce.
Il gioco delle percentuali che non compare in evidenza
Qui emerge il nocciolo della questione. La percentuale effettiva di pesce contenuta in questi prodotti può oscillare in modo significativo, passando da un dignitoso 60-65% fino a scendere sotto il 50% in alcuni casi. La normativa europea stabilisce che per potersi chiamare “bastoncini di pesce” il prodotto deve contenere almeno il 50% di surimi o filetti di pesce, mentre denominazioni come “a base di pesce” permettono percentuali inferiori purché il pesce rimanga l’ingrediente principale. Il resto? Impanatura, acqua, additivi, oli e ingredienti vari che servono a dare volume, consistenza e palatabilità al prodotto finito.
Questa informazione cruciale compare nell’elenco ingredienti, spesso in caratteri piccoli sul retro della confezione, proprio dove sappiamo che la maggior parte dei consumatori non guarda mai. La parte frontale della confezione, invece, trabocca di immagini evocative di mari cristallini e pescato fresco, creando un’aspettativa che poi i numeri reali non confermano.
Le denominazioni che dovrebbero farci drizzare le antenne
Esistono formulazioni che rappresentano veri e propri campanelli d’allarme per chi sa leggerle. Quando troviamo espressioni come “preparato a base di pesce”, “specialità impanata con pesce” o “bastoncini con ripieno di pesce”, dovremmo immediatamente chiederci: quanto pesce c’è realmente dentro?
Il legislatore ha stabilito parametri precisi attraverso il decreto che recepisce la normativa europea sull’etichettatura alimentare. La dicitura “bastoncini di pesce” richiede almeno il 50% di contenuto ittico, mentre formule come “prodotto a base di filetti di pesce” o simili hanno soglie inferiori. Le aziende sono diventate abili nell’utilizzare tutto lo spazio di manovra consentito. Il risultato è una giungla di denominazioni che, pur essendo formalmente corrette, generano aspettative distorte nel consumatore finale.
L’offerta promozionale come moltiplicatore di confusione
La situazione si complica ulteriormente quando questi prodotti finiscono in promozione. Il prezzo ribassato attira l’attenzione, la confezione formato famiglia promette convenienza, e il consumatore crede di fare un affare portando a casa proteine ittiche a costo contenuto. In realtà, sta probabilmente acquistando un prodotto dove l’impanatura costa e pesa più del pesce stesso.

Le promozioni aggressive spesso riguardano proprio le referenze con percentuali di pesce più basse. Non è complottismo, ma semplice logica commerciale: questi prodotti hanno margini più ampi e possono permettersi sconti apparentemente generosi pur mantenendo redditività.
Come difendersi con consapevolezza
La tutela parte dall’informazione. Prima di tutto, leggere sempre la denominazione di vendita completa, non limitandosi al nome commerciale a caratteri cubitali. Se compare la parola “base”, “preparato” o “specialità”, è il momento di approfondire.
Secondo passo fondamentale: controllare l’elenco ingredienti. Per legge, gli ingredienti sono elencati in ordine decrescente di peso. Se il pesce non compare come primo ingrediente, o se compare dopo l’acqua, significa che la sua presenza è minoritaria rispetto ad altri componenti.
Terzo elemento da verificare: la percentuale di pesce esplicitata. Quando un’azienda utilizza una percentuale elevata, tende a evidenziarla. L’assenza di questa informazione in evidenza dovrebbe insospettirci.
Il valore nutrizionale racconta una storia diversa
Anche la tabella nutrizionale offre indizi preziosi. Un prodotto ricco di pesce autentico mostrerà un contenuto proteico più elevato e grassi qualitativamente migliori. Test comparativi hanno dimostrato che bastoncini con il 58% di pesce presentano 10-12 grammi di proteine per 100 grammi di prodotto, mentre quelli con solo il 45% di pesce mostrano oltre 20 grammi di carboidrati e più di 5 grammi di grassi saturi per 100 grammi, rivelando la predominanza di impanatura e oli di frittura rispetto al contenuto ittico.
Confrontare i valori nutrizionali tra prodotti apparentemente simili può rivelare differenze sorprendenti che giustificano anche sostanziali differenze di prezzo, ben oltre quelle spiegabili con logiche promozionali.
Il rapporto qualità-prezzo reale
Un bastoncino in offerta a prezzo stracciato potrebbe sembrare un’occasione, ma quando calcoliamo il costo effettivo del pesce contenuto, la prospettiva cambia radicalmente. Pagare 3 euro al chilo per un prodotto che contiene 45% di pesce significa pagare effettivamente oltre 6 euro al chilo per il pesce vero, a cui si aggiunge il costo di impanatura e lavorazione. Considerando che il merluzzo surgelato costa mediamente 8-10 euro al chilo, i bastoncini con bassa percentuale di pesce possono arrivare a costare l’equivalente di 13 euro al chilo di pesce puro.
A quel punto, l’acquisto di filetti di pesce surgelato non impanato, magari di specie sottovalutate commercialmente ma nutrizionalmente valide, potrebbe rivelarsi più conveniente e sicuramente più trasparente.
La spesa consapevole richiede tempo e attenzione, ma rappresenta l’unico vero strumento di tutela in un mercato dove le strategie di marketing sono sempre più sofisticate. Trasformarsi da acquirenti passivi a consumatori informati significa smettere di farsi guidare esclusivamente dal prezzo e dall’impatto visivo delle confezioni, per concentrarsi su ciò che effettivamente finisce nei nostri piatti e in quelli delle nostre famiglie.
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