Compri pollo credendo sia naturale: la verità nascosta dietro le scritte in etichetta

Quando acquistiamo carne di pollo al supermercato, ci affidiamo alle informazioni riportate sulla confezione per fare scelte consapevoli. Eppure, dietro espressioni rassicuranti come “allevato all’aperto”, “naturale” o “100% italiano” si nasconde spesso una mancanza di definizioni legali specifiche per questi claim di marketing, a differenza di quanto accade per indicazioni regolamentate come “biologico” o DOP, disciplinate da regolamenti UE con requisiti tecnici precisi e controlli ufficiali. Questo consente ai produttori di usare termini suggestivi che non sempre corrispondono a standard oggettivi chiaramente definiti in legge. La questione riguarda non solo la nostra salute, ma anche il portafoglio e i valori etici che vogliamo sostenere con i nostri acquisti.

Il labirinto dei claim non regolamentati

A differenza delle certificazioni biologiche o DOP, che seguono disciplinari rigidi, approvati e controllati da organismi pubblici e privati riconosciuti, molti claim utilizzati sulle confezioni di pollo non sono accompagnati da una definizione giuridica univoca nei regolamenti europei di etichettatura generale. Il termine “naturale”, ad esempio, non possiede una definizione legale armonizzata a livello UE specifica per la carne avicola: la Regolamento (UE) 1337/2013 e la normativa generale impongono che le informazioni non siano fuorvianti, ma non stabiliscono criteri tecnici dettagliati per l’uso di questa parola sulla carne fresca.

Ciò significa che un produttore può utilizzare questa dicitura purché non induca il consumatore in errore, senza dover necessariamente dimostrare l’assenza di determinati trattamenti oltre a quelli già vietati dalla legge. La conseguenza pratica è che il consumatore può pagare un sovrapprezzo per un termine che spesso ha valore prevalentemente di marketing e non corrisponde a uno standard oggettivo chiaramente codificato.

L’allevamento all’aperto: quando lo spazio è relativo

La dicitura “allevato all’aperto” evoca immagini di animali che razzolano liberamente in ampi spazi verdi. Per il pollo, nel diritto UE esistono requisiti tecnici chiari solo quando si utilizzano denominazioni di vendita regolamentate come “pollo ruspante” o “pollo allevato all’aperto” ai sensi della direttiva 2007/43/CE e dei disciplinari nazionali che recepiscono le norme specifiche di commercializzazione per le carni di pollame. Dove non si applicano tali denominazioni tecniche, l’uso di espressioni vaghe o non standardizzate può risultare elastico, purché non ingannevole.

In assenza, in etichetta, di indicazioni quantificabili come metri quadrati disponibili per capo, ore di accesso giornaliere all’esterno o tipologia di suolo, il consumatore non è in grado di valutare se l'”aperto” corrisponda a un prato con spazio sufficiente o a piccoli recinti con accesso limitato. Da qui l’importanza di verificare la presenza di disciplinari o schemi di certificazione che descrivano parametri minimi verificabili.

Il caso della provenienza italiana: geografia o marketing?

L’indicazione “100% italiano” è particolarmente sensibile. La normativa UE sull’origine della carne fresca di suino, ovino, caprino e pollame richiede in etichetta l’indicazione del paese di allevamento e di macellazione. Quando nascita, allevamento e macellazione avvengono nello stesso Stato, è possibile usare la dicitura unica “Origine” seguita dal nome del paese.

In Italia, per altre carni come i salumi, la dicitura “100% italiano” è ammessa solo se nascita, allevamento e macellazione degli animali avvengono in Italia, come chiarito dalla normativa nazionale sull’origine delle carni destinate ai salumi entrata in vigore nel 2021. Per il pollo fresco, la presenza o meno di indicazioni separate (“Paese di nascita”, “Paese di allevamento”, “Paese di macellazione”) consente al consumatore di capire se l’intera filiera è nazionale o se solo alcune fasi lo sono.

Per chi desidera sostenere realmente la filiera nazionale, è utile cercare in etichetta formulazioni come “nato, allevato e macellato in Italia”, previste dai sistemi di etichettatura opzionale di origine, oppure affidarsi a consorzi e marchi collettivi che garantiscano, tramite disciplinari controllati, l’intera filiera produttiva sul territorio.

Gli antibiotici: il grande non detto

L’uso di antibiotici negli allevamenti intensivi è una questione centrale di salute pubblica. In Unione Europea, l’uso di antibiotici come promotori della crescita è vietato dal 2006, ma è ancora consentito, sotto controllo veterinario, per finalità terapeutiche e, entro limiti stringenti, metafilattiche (trattamento di gruppi di animali a rischio), secondo le norme sull’uso prudente degli antimicrobici in medicina veterinaria.

In molti paesi dell’UE, i dati di consumo mostrano che il settore avicolo utilizza quantitativi rilevanti di antibiotici, pur con una tendenza alla riduzione negli ultimi anni, come documentato dal rapporto ESVAC (European Surveillance of Veterinary Antimicrobial Consumption) coordinato dall’Agenzia Europea dei Medicinali. Questo aspetto raramente compare in modo dettagliato sulle confezioni di pollo convenzionale, salvo quando il produttore aderisce a schemi volontari come “allevato senza uso di antibiotici” o quando il prodotto è biologico, per il quale la normativa UE limita fortemente l’uso di medicinali veterinari e richiede tempi di sospensione più lunghi.

L’antibiotico-resistenza è riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità Animale come una delle principali minacce per la salute pubblica globale. L’OMS ha pubblicato nel 2015 il Piano d’azione globale sulla resistenza antimicrobica, sottolineando il ruolo dell’uso di antibiotici in medicina veterinaria nella selezione di batteri resistenti. Sapere se e come un sistema di allevamento riduce l’uso routinario di antimicrobici è dunque un’informazione rilevante per il consumatore, anche se oggi non è obbligatorio riportarla in modo standardizzato in etichetta.

Come difendersi dalle informazioni ingannevoli

Davanti agli scaffali del supermercato, possiamo adottare alcune strategie concrete per valutare meglio le etichette. La normativa europea stabilisce che le informazioni sugli alimenti non devono essere ingannevoli per quanto riguarda le caratteristiche del prodotto, la natura, l’origine o il metodo di produzione. Un’etichetta che utilizza molti claim suggestivi ma fornisce poche informazioni verificabili merita un esame più critico.

Strumenti pratici per scelte più consapevoli

  • Privilegiare prodotti con certificazioni riconosciute come biologico, DOP/IGP, marchi di benessere animale con disciplinare pubblico
  • Verificare la presenza di codici di tracciabilità e delle indicazioni obbligatorie su nascita, allevamento e macellazione
  • Informarsi sui disciplinari di produzione tramite le associazioni di categoria e i portali istituzionali
  • Rivolgersi direttamente ai produttori locali o ai punti vendita specializzati, ponendo domande specifiche su origine, tipo di allevamento e uso di antibiotici

Verso un’etichettatura più trasparente

Alcuni paesi europei stanno sperimentando o introducendo sistemi di etichettatura che integrano informazioni su benessere animale e impatto ambientale, affiancando i requisiti di base UE. Esempi sono i sistemi nazionali di etichettatura sul benessere dei polli da carne sviluppati nei Paesi Bassi, in Danimarca e in Germania, che introducono scale o loghi specifici per il livello di benessere. In Italia sono in corso iniziative volontarie promosse da filiere e distributori per indicare standard di benessere animale superiori ai minimi di legge, spesso verificati da enti terzi.

Le associazioni dei consumatori svolgono un ruolo importante nel segnalare alle autorità competenti, come le autorità sanitarie regionali o l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, i casi di pubblicità ingannevole o di violazione delle norme sull’etichettatura. Le segnalazioni dei cittadini possono portare ad accertamenti e, se del caso, a sanzioni e rettifiche in etichetta, come previsto dalla normativa sulla leale informazione del consumatore.

In attesa di eventuali standard europei più dettagliati, i consumatori possono esercitare il proprio potere d’acquisto premiando le aziende che rendono pubblici i loro disciplinari, forniscono dati verificabili su origine, allevamento e uso di antibiotici e si sottopongono a controlli indipendenti. La questione dei claim potenzialmente ingannevoli sulla carne di pollo riguarda la correttezza commerciale, ma anche la salute pubblica con il tema dell’antibiotico-resistenza, il benessere animale e la sostenibilità ambientale, tutti temi oggi riconosciuti nelle politiche europee sul sistema alimentare come la Strategia “Farm to Fork” della Commissione Europea. Ogni volta che acquistiamo una confezione di carne, orientiamo la domanda verso un certo modello produttivo: informarsi, porre domande e pretendere chiarezza non è un capriccio, ma l’esercizio di diritti riconosciuti dalla normativa europea in materia di informazione alimentare.

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