Quando apriamo il banco frigo del supermercato e ci troviamo davanti alle vaschette di prosciutto cotto, quello che vediamo attraverso il packaging trasparente sembra raccontarci una storia precisa: colline verdi, animali felici al pascolo, tradizione artigianale e qualità superiore. Ma quanto di questa narrazione corrisponde alla realtà del prodotto che stiamo per acquistare?
Il marketing alimentare ha sviluppato negli anni tecniche sofisticate per comunicare valori che spesso non trovano riscontro nella lista degli ingredienti. Nel caso del prosciutto cotto, uno degli affettati più consumati nelle famiglie italiane, questa discrepanza tra percezione e realtà merita un’analisi approfondita.
Le parole magiche che attirano il consumatore
Termini come “alta qualità”, “selezione premium”, “ricetta tradizionale” o “gusto autentico” compaiono frequentemente sulle confezioni. Questi claim non sono regolamentati in modo stringente come le indicazioni nutrizionali obbligatorie, lasciando ai produttori un margine interpretativo notevole. Il Regolamento UE 1169/2011 sull’etichettatura alimentare, infatti, non definisce termini qualitativi generici come “premium” o “tradizionale”.
Una “selezione premium” potrebbe semplicemente riferirsi a una scelta di tagli specifici all’interno di una produzione completamente industriale, senza alcun riferimento al benessere animale o a processi di lavorazione particolari. Il problema principale è che queste espressioni creano un’aspettativa nel consumatore, che immagina di acquistare un prodotto superiore, quasi artigianale, quando invece la realtà produttiva potrebbe essere molto diversa.
L’inganno visivo del packaging
Le immagini utilizzate sulle confezioni rappresentano un capitolo a parte nella strategia comunicativa. Paesaggi bucolici, maiali al pascolo, casette di montagna e illustrazioni che richiamano l’antica norcineria vengono stampati su vaschette che contengono prodotti realizzati in stabilimenti industriali con processi di lavorazione standardizzati.
Queste rappresentazioni grafiche non sono illegali, ma sfruttano un vuoto normativo: non esiste l’obbligo di corrispondenza tra l’immagine evocativa e il reale metodo di produzione o allevamento, come confermato dalle linee guida del Ministero della Salute italiano sulle pratiche ingannevoli in etichettatura. Il consumatore medio, attratto da queste suggestioni visive, difficilmente si sofferma a leggere con attenzione la lista degli ingredienti sul retro della confezione.
Cosa si nasconde davvero nella lista ingredienti
Girare la confezione e leggere l’etichetta rivela spesso una realtà ben diversa da quella immaginata. Oltre alla carne suina e al sale, ingredienti che ci aspetteremmo di trovare in un prosciutto cotto, compaiono frequentemente polifosfati classificati con le sigle E450-E452 che trattengono l’acqua nella carne, aumentando il peso del prodotto finale e migliorandone l’aspetto.
La fecola di patate viene utilizzata come addensante e per legare l’acqua, riducendo percentualmente la quantità di carne. Destrosio e lattosio sono zuccheri aggiunti che molti consumatori non si aspettano di trovare in un prodotto salato. Gli aromi, naturali o artificiali, compensano il sapore che si perde nei processi industriali, mentre antiossidanti e conservanti come ascorbato di sodio o nitriti risultano necessari per garantire la conservazione del prodotto.

La presenza di questi ingredienti non è necessariamente negativa dal punto di vista della sicurezza alimentare, ma evidenzia la distanza tra l’immagine artigianale promossa e la realtà di un prodotto industriale altamente processato.
Il trucco della percentuale di carne
Un aspetto cruciale che passa spesso inosservato è la percentuale effettiva di carne nel prodotto finito. Mentre un prosciutto cotto veramente artigianale contiene carne suina al 90-95%, molti prodotti industriali scendono a percentuali significativamente inferiori, anche fino al 50-70%, compensando con acqua trattenuta dai polifosfati e addensanti vari.
Questa informazione, quando presente, compare in caratteri piccoli e in posizioni poco visibili dell’etichetta. Il consumatore attratto dal packaging accattivante e dai claim di qualità raramente va a verificare questo dato fondamentale, che invece determina il reale valore del prodotto.
Come difendersi dalle strategie di marketing ingannevoli
La tutela del consumatore inizia dalla consapevolezza. Quando acquistate prosciutto cotto, dedicate qualche minuto a verificare alcuni elementi chiave. Confrontate la lista ingredienti di prodotti diversi: quella più corta, con ingredienti riconoscibili, è generalmente preferibile. Cercate l’indicazione della percentuale di carne suina utilizzata e verificate la presenza di polifosfati e la quantità di additivi.
Non lasciatevi influenzare solo dalle immagini e dai claim sulla parte frontale della confezione. Considerate il rapporto qualità-prezzo: un prezzo molto basso rispetto alla media dovrebbe far sorgere dubbi sulla qualità effettiva. Il potere del consumatore sta nel voto quotidiano espresso attraverso le scelte d’acquisto, premiando i produttori che comunicano in modo trasparente e che utilizzano meno additivi possibili.
La responsabilità del settore e le prospettive future
Sarebbe auspicabile una regolamentazione più stringente che impedisca l’uso di immagini e termini evocativi non corrispondenti alla realtà produttiva. Alcuni paesi europei stanno muovendo passi in questa direzione, introducendo norme che obbligano a una maggiore trasparenza nella comunicazione del packaging. La Commissione Europea ha avanzato recenti proposte per rivedere il Regolamento 1169/2011, proprio per colmare alcune di queste lacune normative.
La prossima volta che vi troverete davanti allo scaffale del prosciutto cotto, ricordate che dietro le colline verdi stampate sulla confezione potrebbe celarsi una realtà molto più industriale di quanto immaginate. Leggere l’etichetta non è solo un diritto, ma l’unico strumento efficace per fare scelte alimentari consapevoli e tutelare la vostra salute e il vostro portafoglio.
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